Domenica al castello

Cantine aperte è una di quelle manifestazioni che fatico un po’ a capire. In parte per il mio essere vagamente selvatico, in parte perchè con il vino preferisco avere un approccio intimista, stile “triade perfetta”: io-il vino-il cantiniere. Quindi quando Ludovico mi ha proposto una visita in cantina per questa domenica, sulle prime ho nicchiato parecchio, cedendo alla fine perchè si trattava di un’occasione per rivedere un paio di amici e assaggiare i vini di una Doc che conosco purtroppo poco.

Devo ammettere che la prima impressione una volta arrivati al mattino al Castello di Tagliolo, zona DOC Dolcetto d’Ovada, è stata piuttosto sconcertante. Penso orda barbarica sia il termine migliore per definire la situazione. Forse, cercando un eufemismo, potremmo definire la folla per lo meno entusiasta della situazione. Ok, retro front alla ricerca di un ristorante e ritorno al castello al pomeriggio. Atto secondo, situazione più vivibile. Meno bambini urlanti, meno signore profumate (ma qui ci stanno anche, in altre occasioni, no), assenza di code e possiamo partire per la visita del castello e delle cantine.
Il castello è veramente tenuto bene, con un restauro attentissimo e una cura dei particolari (vedi potatura dell’edera che ricopre le pareti) che ci fa sperare di trovare altrettanto ordine e rigore pure in cantina.

E così fortunatamente è. Una bellissima serie di botti grandi all’italiana ci accompagna all’ingresso della cantina, proprio nel segno della tradizione piemontese. Fa piacere vedere queste botti, così numerose e ben conservate (e piene) in epoca di abbondanza di legni piccoli. E’ un segno che non si cerca di essere piacioni a tutti i costi, che si resta legati alla storia.
Così come sono i loro vini. Delle tre tipologie di Dolcetto d’Ovada assaggiate i più convincenti sono stati sicuramente il base e il cru La Castagnola. Quest’ultimo, assaggiato nel millesimo 2000, ci ha letteralmente sorpreso. Frutto di un maniacale lavoro in vigna, tramite coltivazione biologica e estremi diradamenti (con resa inferiore a 40 quintali per ettaro) risulta di una pulizia esemplare e con una freschezza che soprende, facendo presagire una longevità lunghissima. Anche il legno (questo vino fa un anno di barrique) è dosato con sapienza, non risultando assolutamente invasivo.
Meno convincente, a mio avviso, il Dolcetto superiore, che sconta probabilmente l’annata 2003, con un frutto surmaturo a fronte di tannini non completamente integrati.
A completare l’offerta un taglio Cabernet-Barbera che io, amante di quest’ultimo vitigno fatico a capire, e due bianchi: un cortese in purezza e il Bianco Nobile, uvaggio di Chardonnay e Pinot Bianco, molto equilibrato e piacevole.
Sorprendendente il rapporto qualità prezzo di tutti i vini, si va dai 3,5 € per il base ai 7 delle riserve. Direi, in questi tempi, prezzi assolutamente corretti.

Per quanto riguarda la manifestazione, se serve a portare gente in cantina, ben venga. Che poi questa gente se ne approfitti per fare esclusivamente una gita fuoriporta usando il vino come alibi, non è da escludere. Se solo il 20% dei visitatori fosse realmente interessato nel vino, sarebbe un ottimo risultato.
Spero solo la “creatività” dei produttori si fermi qui. Nel castello ho visto un po’ di stand che col vino e l’enograstronomia avevano poco a che fare. Non vorrei che nel giro di poco tempo si arrivasse a nani e ballerine!

Lodi VS Lodi

Se avrete la fortuna di capitare nella città che mi ha dato i natali, nota anche per la raspadura, il panerone e le zanzare, avrete modo di vedere sul cartello che indica l’ingresso in città i simboli delle città gemellate. La prima è Costanza, in Germania, la seconda è Omegna, in Piemonte mentre la terza è Lodi, California. Mentre le prime due non hanno mai suscitato in me una grande emozione, la terza, sarà anche per il suo esotismo, ha fin da bambino mosso la mia curiosità. Soprattutto per il suo splendido logo, un bellissimo grappolo stilizzato. Così lontano dai nostri stemmi e così vicino al mondo dei fumetti. Insomma, per il bimbo che ero, quasi giocoso.

Ora che bimbo non sono più, quel logo mi porta a considerazioni di stampo enologico e a un parallelo (improbo) tra la produzione lodi-italiana e la produzione lodi-californiana.

Per chi non lo sapesse (penso molti) il Lodigiano ha una sua produzione vitivinicola, anche se per una bizzaria amministrativa sotto la provincia di Milano. Si tratta della zona del San Colombano Doc, una collina dall’elevazione di circa 147 mt slm che si erge solitaria nella pianura tra le province di Lodi, Pavia e Piacenza.
Storicamente la vite si è sempre coltivata in questa zona. La leggenda vuole che Colombano, frate Irlandese con barbatelle nel saio, si insediò da queste parti nel VI secolo, istruendo la rude gente dell’epoca al culto prima del Vangelo, poi, visto che c’era, del mosto. Lo fecero Santo, fate voi se per una cosa o per l’altra.

La superficie iscritta alla Doc è di circa 88 ettari su un totale di 350 messi a vite, per una produzione di 2.200 hl, mentre la produzione totale di uve tra Doc e Igt è di circa 15.000 qt.
Il sottosuolo della collina alterna zone sabbiose a zone argillose, ed è particolarmente ricco di minerali; geologicamente la collina si può considerare un’estensione dell’Appennino, dal quale è stata separata dall’erosione del Po in era antica.
Come da tradizione, i vitigni più coltivati sono Barbera, Croatina e Uva Rara, che formano anche l’ossatura del San Colombano Doc Rosso, mentre per una follia totale dei legislatori, il San Colombano Doc Bianco è a base di Chardonnay e Pinot Nero, relegando la tipicissima e autoctona Verdea, dalla quale si produce un ottimo passito, all’IGT “Collina del Milanese” (tristissima denominzione) se non a vino da tavola.
Gli altri vitigni coltivati, che entrano nell’IGT o quando raccomandati, in percentuali minori nella DOC, sono innumerevoli. Si passa con disinvoltura dall’onnipresente Cabernet al Merlot, dal Pinot Bianco al Cortese al Trebbiano finendo per l’immancabile Riesling.
A tutela del tutto opera un Consorzio, istituito nel 1987, che raduna 21 aziende produttrici della collina.

L’altra Lodi, quella che giace felice a 40 km circa a Sud di Sacramento, ha tutta un altra storia.
La città, forse, prende il nome da Napoleone che a Lodi (quella “vera”) combattè la famosa battaglia del Ponte; questo evento folgorò talmente tanto i fondatori di Lodi, CA, da dedicargli la città.
Il pionere della vite a Lodi fu Charles Weber che impiantò nel 1850 la prima vigna, subito seguito da George West, arrivato in California per cercare l’oro e convertito sulla via del Tokay. Che insieme allo Zinfandel (parente strettissimo del nostro Primitivo di Manduria) costituivano l’ossatura della nascente Lodi vitivinicola.
Alterne fortune accompagnarono la cultura della vite nella zona fino ad arrivare alla fine degli anni ’60 dove, in coincidenza con il cambio di gusto degli americani, iniziò un processo di rinnovamento delle vigne passando da una produzione generica di vini da tavola a una più selezionata di vini “premium”, culminata nel 1986 con la creazione della Lodi Appellation (la loro Doc).

La superfice interessata dalla Lodi Appellation è di circa 31.000 ettari, per una produzione di 600.000 tonnellate di uva, valutata 300 mln di dollari. Approssimativamente, il 18% della produzione totale della California, più di Napa e Sonoma messe insieme.
Dal punto di vista geologico il sottosuolo è diviso in tre zone: una parte prevalentemente di sabbia fine, una parte con maggioranza di terriccio argilloso e una terza di terriccio pietroso “toscano”. Vabbè.
Il clima, di tipo mediterraneo, ha la fortuna di essere rinfrescato dalle correnti d’aria provenienti dalla baia di San Francisco e dalla Sierra, causando quella forte escursione termica tra notte e giorno che permette la perfetta maturazione delle uve.
Le varietà coltivate nella zona sono innumerevoli. Menzione particolare allo Zinfandel (amichevolmente Zin) che è a tutto titolo il vitigno storico di Lodi e per il quale esiste una sorta di culto. Prodotto di punta di molte cantine l’Old Vine, che è lo Zin proveniente dalle vigne più antiche, anche centenarie, ancora con impianto tipico ad alberello (come in Puglia) e, in qualche caso, a piede franco, in quanto il terreno sabbioso non avrebbe permesso alla filossera di attaccare le radici. Lo Zin esiste anche in versione vendemmia tardiva, passito e White, che è in realtà un rosè. Seguono poi tutti, ma proprio tutti, gli internazionali, con qualche curiosità. Tipo Moscato Canelli, Sangiovese, Barbera, Nebbiolo, o vini chiamati Champagne, Porto e Moscato.
A tutela e promozione della Appellation, è posta la Lodi-Woolbridge Winegrape Commission, che rappresenta circa 800 produttori, con un budget annuale di 1 milione di dollari. La commissione gestisce il Conference and visitor boureau e il Lodi Wine & Visitor Center, oltre che supervisionare e finanziare una serie di iniziative non ultima il controllo dell’uso di antiparassitari a favore della lotta integrata.
Dimenticavo, sembra che un certo Robert Modavi sia nato a Lodi.

Dopo tanta teoria, non manca che un assaggio. Per San Colombano mi bastano pochi kilometri, per Lodi, CA, un po’ di più. Vuoi che con 1 milione di dollari all’anno di budget la Commission non possa spedirmi una selection della produzione locale?

Fonti: wikipedia, Consorzio San Colombano Doc, Lodi-Woolbridge Winegrape Commission

And the vino goes glocal

Fichimori è il nuovo prodotto di Tormaresca, estensione pugliese dei Marchesi Antinori. Al contrario delle abitudini, il Fichimori è un rosso che va bevuto freddo. Questo è possibile grazie al procedimento di produzione che, nelle intenzioni del produttore, dovrebbe estrarre polifenoli morbidi e aromi tramite una prolungata criomacerazione, e sucessiva spremitura soffice, con fermentazione senza contatto con bucce e vinaccioli. Sempre da quanto dichiarato dai produttori, questo processo di vinificazione dovrebbe impedire un’eccessiva estrazione di tannini che, alla temperatura di degustazione consigliata (10°) farebbero salire le gengive all’altezza degli zigomi.
Il comunicato stampa che accompagna il lancio del prodotto racconta il curioso parallelo comunicativo tra un prodotto innovativo e ben poco tradizionale e la “(…) tradizione fortunatamente sempre più ri-emergente, quella della “Taranta” (…)”. A questo scopo, dal sito strabordante di flash che trovate qui, è possibile, dietro registrazione scaricare la colonna sonora del vino, cioè un “un progetto musicale “glocale”, che fonde i canti popolari con le sonorità della musica elettronica, valorizzando le tradizioni e i rituali locali in un’ottica postmoderna e culturalmente attuale.”
Come contorno a tutto cio’, una bella serie e di feste di lancio estive e, perchè no, la “interessante e molto tribale possibilità di candidarsi, dal sito, ad ospitare nella casa al mare, nel proprio giardino o sulla barca, una delle feste Fichimori “. No, nel tuo tinello non è possibile. Non è abbastanza tribale.
D’altronde come biasimarli? Questo è probabilmente il target al quale vogliono andare a parlare. Un vino da chiringuito per gente da chiringuito, un vino Briatorizzato, nulla di più. Peccato tirare in ballo, come capita sempre più spesso, la tradizione.
Negli anni ’80, avevano fatto molto ma molto meno rumore per lanciare un prodotto simile (grazie Amanda!) :-)

via tigulliovino.it, a sua volta via ninjamarketing.it

Aggiornamento: anche Vino al vino ha detto la sua sull’argomento.

Pornovini crescono

Già se n’era parlato in passato (qui e qui, ad esempio), ma il top lo leggerete sul numero 20 di Vanity Fair in edicola Giovedì 18. Ebbene si, si riparla della mitica Savanna, al secolo Natalie Oliveros, premio porno-oscar per la migliore scena lesbo e risalita agli onori della cronaca per essersi buttata anima e corpo (soprattutto il secondo) nel mondo dell’enologia. “Savanna and the Chianti” titola l’articolo (ma il vino brandizzato da lei non ha alcuna parentela col Chianti, se non una parte di Sangiovese) sotto un’immagine della nostra beniamina desnuda tra grappoli di uva fragola che più finti non ce n’è.

“Un eccellente palato” (…dai?) Leggiamo: “[…] Ma il palato è mio, e tutti mi dicono che è eccezionale. Creare un ottimo vino è un modo per lasciare un segno. Farmi ricordare per qualcosa che non sia soltanto il porno”. Di fare del volontariato per essere ricordata, no?
Poi si continua con frasi del tipo “Da ragazza pensavo di fare la suora. Ero sempre in chiesa, e ho fatto anche i primi passi per prendere i voti. Poi le cose sono andate diversamente, ma sono ancora una cattolica credente. Il vino mi assomiglia, ha una prevalenza di gusto aspro, ma poi viene fuori la dolcezza di fondo. Mi assomiglia”.
Sarà il terroir? Se lo stanno commercializzando proprio bene, questo vino.

Poi la parola passa all’enologo Roberto Cipresso, che spiega l’incontro con Savanna/Natalie, su come lei abbia scelto l’uvaggio, sul nome (Sogno Uno), al quale seguirà un Sogno Due, e via così di sogno in sogno.
Ah, prodotte 4.200 bottiglie, 55 Euro l’una, tutte esaurite (peccato, ne avrei comprata una….)
Complice forse Mr. Parker che ha dato al S1 uno score di 91/100. Per carità, Parker è un’istituzione, lo rispetto ed è molto influente, ma vi ricordo che ha valutato 90/100 il Fortediga che è un vino che io ritengo al limite della bevibilità.

E per concludere, l’articolo fa notare che Cipresso, “consulente di vini”, tra gli altri, ha lavorato per clienti come il Vaticano, Renzo Rosso di Diesel e la convention del Partito Democratico Americano.
Tre ragioni in più per non comprare questo vino.

Superwhites e la Milano da bere

Location Milano, Hotel Four Sesons, per quelli che hanno vissuto sulla luna finora, un hotellino da un tot di stelle e da troppi euri per notte per le nostre tasche. L’evento, segnalatomi da Max di Quintomiglio, era la tappa milanese di Superwhites, uno showcase itinerante del meglio dei bianchi friuliani, organizzato con il supporto di SlowFood. Al mio ingresso nelle tre sale non posso fare a meno di notare la platea, composta da 30% membri AIS (inconfondibile spilletta al bavero ostentata da tutti), 10% buyer, 30% enoappassionati e 30% popolo modaiolo milanese dell’ora dell’aperitivo, diventato, col finire della serata, il 70% e passa dell’audience. Altra cosa che noto, l’inadeguatezza delle sale, soprattutto le più piccole, dove tra signore troppo profumate, affollamento, mancanza di finestre e banchi di assaggio di formaggisalumiprosciutti friulani era dura andare a trovare i delicati profumi dei vini. Soprattutto nelle vasche da bagno marcate Spiegelau fornitaci dall’organizzazione (ma i bicchieri ISO non erano meglio?) .

57 i produttori presenti, che coprivano principalmente le DOC Collio, Colli Orientali del Friuli e Isonzo, e una decina le tipologie di vini presentate: grande presenza di Tocai Friuliano (o Friulano, o xxx se non si decidono come chiamarlo), e poi Ribolla Gialla, Pinot Grigio e Bianco, Sauvignon, Chardonnay e via così.
Di fronte a cotanto spiegamento di tribicchierati o quasi, mi sono fatto prendere dalla foga della degustazione senza ordine, rientrando nei ranghi solo quando oramai era tardi.
Così mi sono degustato di primo impatto le linee complete, tra gli altri, di Ronco Dei Tassi, Polencic, Jacùss e Vie di Romans, sottostimando soprattutto la mano abbondante dei viticoltori nel versare i vini.

Quando mi sono reso conto di tutto ciò, mi sono imposto di verticalizzarmi su un prodotto solo, degustando solo Ribolla Gialla, sulla strada dell’autoctonia che mi piace tanto.

In linea di massima ho trovato degli ottimi prodotti, una buona tipicità e molta pulizia e prezzi alla fonte accessibili per tutti (tra i 5 e 10 € max).

Ecco cosa mi ha colpito di più:

Isidoro Polencic: anche se dovrei parlare solo di Ribolla, dei suoi prodotti mi è piaciuto tutto: un Pinot Grigio ’05 esemplare per purezza ed armonia, il Tocai Friulano ’05 (criomacerato) ottimo e una freschissima e profumatissima Ribolla Gialla ’05. Inoltre parlare con Isidoro è piacevolissimo.

Collavini: Ribolla Gialla Turian ’04: Grandi profumi e fantastica spina acida a supportare il tutto. Mi piacerebbe riassaggiare quest’annata fra un paio di anni per vedere come evolve in bottiglia.
Purtroppo sono arrivato tardi per la Ribolla Gialla Spumante Metodo “Collavini” (un charmat lunghissimo, 22 mesi, in autoclave orizzontale con rimescolamento costante dei lieviti, mi sembra di aver capito).

Muzic: Che tipicità ragazzi! Il signore fa vini senza fronzoli. La sua Ribolla Gialla ’05 entra in bocca e non ti lascia indifferente. O la ami, o la odi. Io l’ho amata!

Marco Felluga: Forse un po’ sottotono rispetto a quanto mi sarei aspettato da un nome così. Vino molto profumato ma un filo disarmonico in bocca. Ma nessuno è perfetto!

Tutto sommato una serata più che piacevole, forse un po’ affollata, ma essendo Milano, la Milano da bere, non c’è da meravigliarsi.

Ah, per la cronaca, quel 70% di popolo modaiolo alla fine della serata era 100% ciucco.
Sono cose.