Eutanasia di un grande vino

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Piange sempre il cuore a far fare questa fine alle bottiglie. Soprattutto a questa, prestigiosissima e comprata per un vero tozzo di pane. Anno Domini 1994, sicuramente rovinata dalla pessima maniera maniera in cui i proprietari l’hanno conservata per tutti questi anni. In piedi, in negozio, alla luce continua.
Ha provato lui, poverino, a tirare fuori tutto il meglio di se stesso, gli è rimasta un’ombra di nobiltà, di vino di carattere, un ricordo di quello che era. Ma la terribile ossidazione ha fatto il resto.
Non è giusto. Non si dovrebbe mai essere costretti a uccidere così i grandi vini…

Ritorno alle radici

Succede. E’ come quando si agita una vecchia bottiglia, il fondo che ha riposato per tanto tempo nella stessa posizione si agita tutto e si mescola al vino.

Premessa: Apro Gmail trovo un email di papà, con foto in allegato. Curiosità a mille, quando vedo la foto quasi svengo.


Mi rivedo. Io, 30 anni fa, bambino, in vigna, a raccogliere uno dei primi grappoli della nuova vigna “di famiglia”, località Mancapane, a Castell’Arquato. Mi riguardo, magrolino e riccioluto, guardo il terreno, bello sassoso (qualcuno direbbe “sasso morto”), mi chiedo se era bonarda o barbera…

Succede, dicevo. Mi si rimescola qualcosa dentro. Un’idea malsana forse? O il ricordo del babbo che qualche mese fa mi disse “se vuoi…” E il mio fondo, oramai smosso, inizia a mescolarsi sempre più.

Il weekend scorso a Castello mi sono recato a vedere come la vigna, piccolina trent’anni fa, sia cresciuta. Mancavo da qualche tempo dai filari. La vigna, tranne una piccola particella, non è più di famiglia, è stata venduta “a gente di pianura” insieme alla cascina più di 10 anni fa, ed è attualmente curata da un agricoltore della zona.

E’ una vigna vecchiotta, medio-bassa densità di impianto, potata una via di mezzo tra il guyot e il cordone speronato, però poco produttiva di suo. Qualche filare di bianco da tavola, della malvasia, della verdea, poi bonarda e barbera a gogò.

L’età media, come dicevo, è intorno ai trent’anni, e si vede dalla dimensione generosa dei tronchi, nodosi e torti come a manifestare la loro anzianità e il loro servizio negli anni. Qualcuno, come il signore sotto, ha raggiunto il capolinea. Una prece.


Una parte della vigna è fresata, mentre un’altra piccola parte è inerbata, non so se di proposito o per caso, ma il tutto fa un bell’effetto. A me piace. E penso sia l’ideale per quella particolare porzione.


L’uva è in media di buona qualità, anche se manca un po’ di cura che potrebbe farla diventare ottima. Alcuni grappoli sono sofferenti, altri mezzi secchi o troppo vicini uno all’altro, e la potatura verde non è stata eseguita benissimo. Ma bisogna pensare anche al fatto che il contadino che la cura probabilmente bada di più alla quantità totale (questa + altre vigne) che alla qualità.
Sotto una foto di quella che dovrebbe essere barbera, in fase di invaiatura (sono un pessimo ampeleologo, se qualcuno mi vuole correggere… magari se riconosce pure il clone…)

Il rimescolamento mi sta portando a idee malsane. La vigna la sento mia, anche se venduta, è parte della mia famiglia. Il background non mi manca, la passione nemmeno. La cantina antica dove vinificava mio padre è appena stata pulita.

Il tempo si trova.

Non potrei mai essere vignaiolo, ma potrei sempre… Follia?

Per i più curiosi, qui c’è la mappa di Googlemaps della vigna. Sono le due particelle a sud della strada…

Direi quasi meglio?

Oramai della questione si è disquisito parecchio, su Vino al Vino, su Wino, sul Forum del Gambero e forse da altre parti, oltre che in alcune email girate tra amici.

Parlo del Tavernello e della sua pubblicità un po’ dadaista, e in particolare delle affermazioni dell’enologo della Caviro, Giordano Zinzani.

Apro una piccola parentesi: non metto in discussione né il ruolo sociale di Caviro, che come altre centinaia di cooperative o cantine riunite dello stivale assicura una certa fonte di reddito a migliaia di viticoltori, né la qualità del loro prodotto, che ha sicuramente la sua dignità e il suo mercato di riferimento.

Nella suddetta pubblicità (qui lo spezzone incriminato) l’enologo Zinzani afferma che il vino “si conserva in condizione ottimale nel Tetrabrik come nella bottiglia, e direi quasi meglio”.
In questa frase qualcosa non mi torna, è quel “direi quasi meglio”.

Cosa si vuole intendere con “quasi meglio”, soprattutto associato a “conserva” quando sulla confezione del Tavernello è riportata la data di scadenza? Si intende che nel periodo tra il confezionamento e la data di scadenza il vino in tetra, rispetto alla bottiglia, mantiene le sue caratteristiche organolettiche in maniera ottimale? Se così perchè non specificarlo nella pubblicità? E sulla base di che parametri?

E poi sempre parlando di data di scadenza, perchè il vino in tetra ha sulla confezione questa indicazione quando il vino in bottiglia non ce l’ha (immaginate un Barolo con indicato “da consumarsi preferibilmente entro: vedi capsula”)?
Tutto ciò mi sembra un controsenso: se il tetra conserva come la bottiglia direi quasi meglio, ma la bottiglia non ha la scadenza, anche il vino in tetra non dovrebbe scadere. Cosa c’è che non va?

In tutta questa discussione, purtroppo, ci sono due grossi assenti: Caviro e l’enologo Zinzani.
Sono sicuro che un piccolo intervento da parte loro sarebbe illuminante e di sicuro interesse per tutti.

Una risposta da parte di Caviro che copre parte delle domande di cui sopra è stata pubblicata da Franco Ziliani qui. Manca ancora la spiegazione della data di scadenza…

immagine: www.tavernello.it

Venghino siore e siori al Blog Cafè di Squisito!

Chi ce lo fa fare. Forse il fatto che le nostre testoline sono piene di idee, l’esperienza “sul campo” non ci manca (entrambi viviamo di Internet ormai da un paio di lustri), l’aver qualcosa da dire e la voglia di dirla in pubblico nemmeno, se uniamo il tutto a una minima smania di protagonismo (poca, ve lo assicuro) e a una modesta euforia dopo una corposa degustazione, va da sè la decisione di partecipare attivamente al Blog Cafè di Squisito.

E così, se tutto verrà confermato, Domenica 24 Settembre dalle 14 alle 15, io e Max ci “esibiremo” in sproloqui, deliri&idee confuse sul tema “Blog enologico, mezzo di divulgazione culturale o strumento di business?“.

Sarà un informale momento per fare quattro chiacchiere, incontrare altri blogger e non blogger, scambiare idee e opinioni, conoscerci, finalmente, nel real world e approfondire il tema di cui sopra. Argomento che, viste le vicissitudini degli ultimi mesi in seno alla WBA, ci ha toccato piuttosto da vicino.

A seguire il nostro simpatico siparietto (durante il quale, vi ricordo, Max stapperà una magnum di Grand Cru Domaine de la Romanee-Conti 1945 proveniente dalla sua preziosissima cantina 😉 ) si terrà la tavola rotonda sui blog, dove si discuterà in maniera più ampia e con l’aiuto di relatori sul fenomeno dei blog.

La splendida giornata si concluderà con il Premio Squisito Blog Café e la BlogCena, dove alcuni food blogger allestiranno una speciale cena con le loro migliori ricette. Il tutto bagnato dal Sangiovese, come da copione.

Vi attendiamo numerosi!

Squisito, 23_24_25_settembre_06_San Patrignano

Fattoria Cabanon, oasi in Oltrepò

Forza della natura. E’ il primo termine che mi viene in mente per definire l’attivissima realtà della Fattoria Cabanon. Forza della natura e forza nella natura, data il loro indirizzo, da ben prima diventasse una moda, all’agricoltura biologica e alla lotta integrata. Se a questo aggiungiamo un terreno vergine, da sempre, di fitofarmaci, diserbanti e antibotritici e una filosofia produttiva indirizzata alle basse rese, al lavoro meticoloso in vigna e in cantina e all’amore senza condizioni per la propria terra e i propri prodotti, avete un bel quadretto dell’Azienda Agricola posta sulle colline sopra Godiasco, terra di confine tra l’Oltrepò Pavese e il Piemonte.

L’essenza del termine “forza della natura” si palesa nel giro per l’azienda agricola che il disponibilissimo Giovanni, marito di Elena Mercandelli – regina del vigneto e della cantina – fa fare a me e Max di Quintomiglio.
Prima di tutto i 40 e passa ettari vitati con un’altissima quantità di vitigni diversi, alcuni impiantati per la prima volta nell’Oltrepò decenni fa, in tempi non sospetti, tipo Cabernet o Shiraz. Oppure vitigni più rari come la Vespolina e altri appena impiantati in una nuova vigna destinata a produrre il Vino del Bosco. E come dicevo prima, grande attenzione alle rese, potature mirate a drastiche riduzioni delle gemme a frutto, meticoloso lavoro di aratura e di pulizia sotto il filare, fino ad arrivare a quel gioiello di vigna che è “I Gerbidi”, posto sull’altro versante della valle, terreno sassosissimo e magro, somigliante ai Graves a Bordeaux. Un vero e proprio cru destinato ai vitigni internazionali.

Ma non finisce qui, in azienda crescono, allevati allo stato brado, splendidi cinghiali incrociati con lo spagnolo patanegra, che macellati in proprio danno fantastici salami; vengono distillate, sempre in proprio, 6 diverse grappe; si coltivano pere per un altro distillato e stanno pensando di introdurre in azienda una particolare razza di bovini. Se aggiungiamo a tutto ciò gli orti, le piante da frutto e la splendida chiesetta, tenuta come un gioiello, ci si fa veramente un’idea di come questa azienda sia, in tutto e per tutto, una vera e propria comunità, un’oasi di qualità.

Passando ai vini, che abbiamo avuto modo di degustare a casa di Elena e Giovanni, non si può che rimanere spiazzati di fronte alla quantità dell’offerta: 22 vini tra bianchi, rosati, rossi, spumanti e passiti. E sono convinti questa sia la strada giusta, non c’è intenzione di diminuire l’offerta. Questo è quanto faceva papà Giovanni e, giustamente, nel segno della continuità della tradizione, si prosegue su questa linea. E a ragione. La qualità è sorprendente e il livello di tutto ciò che abbiamo assaggiato si pone su una fascia decisamente alta.

Nel dettaglio mi hanno sorpreso il Cabanon Blanc, da uve Sauvignon, fresco, piacevole, con splendidi fiori bianchi in evidenza e una spiccata mineralità. Il Riesling Renano, grasso e strutturato al punto giusto, con grandissima intensità aromatica e un potenziale di sviluppo nel tempo notevole. Mi piacerebbe assaggiarlo con qualche anno sulle spalle.
Un bellissimo Rosè, vera sopresa della giornata, da uve Grenache e Lagrain (si, avete capito bene), la finezza di un bianco con la struttura di un rosso, vino pericolosissimo, non finiresti più di berlo. Poi il Pinot Noir, solo acciaio, con un buon frutto in evidenza e selvatico come da tipicità del vitigno. Per arrivare al vero banco di prova dell’Oltrepò, Bonarda e Barbera. La prima, proposta con dicitura Boisée, si presenta concentrata e fruttata, con tanto legno, ma buono, integrato bene. In bocca fa sentire la tipicità della Bonarda, ammorbidita dal tempo, ma ancora presente, che ne fa un vino assultamente di punta nel panorama un po’ arido delle Bonarda di qualità del territorio. La Barbera è presentata in due versioni. La prima è la Prunello, da vigne più giovani, un anno di legno piccolo non nuovo, che ricorda prima la violetta e poi la marasca e la ciliegia, con il tipico nervo acido, che strizza un po’ l’occhio al gusto internazionale. La seconda è la Piccolo Principe, dal vigneto centenario Vigna Collesino, una barbera monumentale, fresca, fruttata e con piacevoli note di terzializzazione, ma mai invasive. Un vino che sembra imbottigliato il giorno prima, con un grandissimo potenziale davanti.

Il tutto è stato accompagnato da salame di cinghiale nostrano e dalla fantastica disponibilità di Elena e Giovanni, persone genuine e vere, dimostrazione di come anche in una zona un po’ bistrattata e con un’immagine non altissima come l’Oltrepò si possa coniugare grande qualità, tradizione e amore per il territorio.

Foto: Max

Appennino, il cuore segreto

Il mondo va sempre più in fretta, la lentezza e l’attesa sono degli imprevisti (una volta, al limite, erano variabili) che non riusciamo più a sopportare. Tutto dev’essere fatto subito, non c’è più tempo per fermarsi ad ascoltare non solo le persone ma ciò che c’è intorno a noi, la natura, i suoi rumori, quello che ci dice. Gli spostamenti devono essere fatti velocemente perchè bisogna arrivare subito e spesso ci dimentichiamo che l’attesa e poi il viaggio sono spesso meglio della destinazione stessa.
In uno scenario del genere fa molto piacere leggere ogni giorno su Repubblica, e online qui, le avventure di Paolo Rumiz nel suo viaggio in Topolino da Savona a Capo Sud, attraverso l’Appennino, il cuore segreto d’Italia.

Un viaggio evitando di proposito le strade più battute, cercando i passi più impervi a medie ridicole, come testimonia il box presente su ogni pagina che riporta, oltre al tempo di viaggio e i kilometri percorsi, anche un’affascinantissima nota sulla curva più bella.
La lentezza che pemette di ascoltare le storie della gente, dell’appenino che è il vero cuore della nostra nazione, non la pianura con la sua frenesia, nè le montagne, troppo chiuse o troppo aperte e nemmeno le coste, che oramai hanno perso la propria anima. Le storie dei partigiani che hanno fatto l’Italia, della fame terribile che ha fatto scappare i giovani, per farli però tornare in vecchiaia, di mestieri inventati per sbarcare il lunario, di realtà contadine ancora esistenti proprio perchè è nella natura stessa della collina l’assorbire con lentezza i cambiamenti e trattenerli con se.

Questa di Rumiz, più che una grande inchiesta, un reportage di quelli che si facevano una volta, è una vera ricerca socioantropologica di come si vive nel cuore nascosto della nostra Nazione. E di riflesso su dove stiamo andando noi, con la nostra fretta ossessiva.

“Benvenuto nel posto dove il mondo finisce”. Sembra un sinistro avvertimento. Invece è il prologo di un’accoglienza da re. “La gente scappa da qui e non sa cosa perde”, spiega scodellando una pizza al pesto. “Io vengo dall’inferno romagnolo e qui ho ritrovato la vita. Sa cosa le dico? Pianura mai più”.

Foto: Repubblica.it – testo citato dalla tappa III

He’s a jolly good fellow!

E’ in Italia e ci resterà ancora per pochi giorni il fantastico Terry, anima (nel vero senso della parola) di Mondosapore, blog che dovrebbe essere inserito di default in tutti i vostri aggregatori.
Dopo aver trascorso un periodo di isolamento dalla società civile in un’amena località del centro Italia (da me più volte paragonata al West Virginia, e ora lui mi darà ragione), Terry si sta spostando in quel di Verona dove incontrerà un’allegra ciurma di blogger e amici a cena alla Trattoria Pegaso di Adriano Liloni, blogger e ristoratore, a Soprazzocco di Gavardo (BS). Purtroppo non potrò essere della ciurma, in quei giorni vivrò gli ultimi scampoli di vacanza in quel della Vall’Isarco, ma non posso fare a meno di ricordare lo splendido incontro con Terry a fine Luglio a NY.

Prima da In Vino, in 4th street tra Av. A e B, un wine bar di quelli seri, non un posto da aperitivo, gestito da dei ragazzi italiani simpatici. Quando entro (dopo aver girato intorno al block per 10 minuti come un pirla, con conseguente, italico, odiosissimo ritardo) lo trovo al bancone, un bicchiere di bianco davanti a se, mi riconosce e mi saluta lui per primo. E’ stato come aver davanti un vecchio amico, nessuna tensione, nessuna paura di non aver nulla da dire. Le parole fluivano già molto prima del fluire abbondante del vino nei nostri bicchieri.
Terry è un uomo di una saggezza e di una semplicità disarmante, parla e ti colpisce diritto come farebbe il sinistro di un pugile, senza giri di parole. Riesce a unire la pragmaticità di oltreoceano con la sensibilità europea. Saranno i suoi avi Irlandesi? O i suoi studi di Italiano?
La serata è stata una divertente alternanza di idiomi, lui che parlava italiano e poi inglese, e io che gli rispondevo come vi veniva, mischiando le due lingue in una specie di balletto da una sponda all’altra dell’oceano.

Dopo aver scambiato un paio di impressioni sui vini dell’Alto Adige con il barista e aver assaggiato il solito ottimo Kerner dell’Abbazia di Novacella, ci siamo spostati da Per Bacco, poco lontano, dove ci siamo scolati una bottiglia di Palazzo della Torre e abbiamo discusso di tutto, di esperienze di vita, di quanto io adori New York e lui pure, di quanto entrambi siamo politicamente democratici, di libri (adora Camilleri, ma in Inglese… come traducono “taliare” o “addrummato”?) e di tante altre cose per tre ore circa.
Insomma, una gran bella serata con una gran bella persona, come se ne incontrano poche poche oramai!