Vino dei Blogger #7: Tabula Rasa – Molinelli

Avrete capito leggendomi che ho una particolare predisposizione per i vini dei Colli Piacentini.
Perchè le mie radici affondano in quella terra, che non è più Lombardia ma non è ancora Emilia piena, terra di mezzo per eccellenza. Un non luogo geografico, potrei dire, terra di confine da sempre un po’ combattuta tra l’essere di “qua” o di “la”. E come tutte le terre di confine, foriera di eccellenze in tutti i campi. Nelle persone, nel cibo (Piacenza è l’unica provincia Italiana ad avere tre DOP nei salumi: pancetta, salame e coppa) e nel vino.

Perchè il terroir dei Colli Piacentini non ha nulla da invidiare ad altre zone. Il substrato è bene o male lo stesso che dalle Langhe scende giù verso i colli Tortonesi, attraversa l’Oltrepo’, percorre la provincia di Piacenza e si butta verso Parma e Bologna. Terreni di marne argillose e calcaree, del periodo tortioniano e elveziano, fondi marini emersi (e lo si può capire camminando nelle campagne intorno a Castell’Arquato, dove si trovano più conchiglie che a Rimini) dove solo questioni storico-culturali e climatologiche hanno “sviluppato diversamente” la viticultura rispetto a zone più blasonate.

Se a questa predisposizione naturale aggiungiamo anche un attento lavoro sia sui vitigni tradizionali -i due del taglio piacentino in primis e la malvasia- che su quelli meno conosciuti, raggiungiamo punte di eccellenza.

E’ il caso del vino in questione, il Tabula Rasa dell’azienda Agricola Molinelli di Ziano Piacentino, che va oltre all’essere autoctono. E’ di fatto l’uva di famiglia. Vitigno riscoperto in maniera casuale nei vigneti di famiglia negli anni ’60, è stato fatto analizzare da varie università alla ricerca delle sue origini ampelografiche, senza risultato. Si è quindi provveduto a stilare una nuova scheda, a cura del Prof. Fregoni dell’Università di Piacenza, “brevettando” così una nuova tipologia, l’uva Molinelli, appunto, forse frutto di un incrocio tra Sauvignon e uva americana, e coltivata franca di piede.

Imbottigliato come Vino da Tavola per ovvie ragioni, il vino si presenta con un colore giallo paglierino tendente al dorato, molto acceso e vicino a quello di alcuni Riesling alsaziani. Il naso di prima battuta è un po’ monocorde ed eccessivamente piacione, ma con un po’ di pazienza esce la complessità del vino fatta di note fumée, di mostarda e di ghiaia bagnata ma non eccessive e austere, anzi, al naso persiste una rotondità sorprendente, quasi da vino con un certo residuo zuccherino. In bocca una sopresa, lama di acidità a tenerlo vivo, sparisce il dolce apparente che si avvertiva al sostituito da una grande sapidità, quasi salina. Finale sauvignoneggiante, forse un po’ amaro e non lunghissimo, ma penso di più non si possa proprio chiedere a questo campione anche nel rapporto qualità prezzo. E il 2006, assaggiato dalla botte, è ancora più strutturato e sorprendente. Lasciamolo in cantina qualche anno, e vediamo cosa ne viene fuori.

E se avete tempo, fate un giro in cantina: l’incontro con Ginetto Molinelli, una forza d’uomo con un’energia e una determinazione che hanno in pochi, vale da solo il viaggio!

5 pensieri su “Vino dei Blogger #7: Tabula Rasa – Molinelli

  1. Ciao Marco. Come ho scritto sul mio post di riepilogo, il tuo articolo mi ha fatto ripercorrere i tempi della scuola. Hai trovato un vitigno davvero fuori dal comune, sicuramente degno di attenzione. Ciao, Pierluigi.

  2. Decisamente interessante questo vino. Lo scoprire chicche enologiche in zone “sottovalutate” o storicamente meno vocate per una certa tipologia è sempre stimolante e incoraggiante. Soprattutto se si trovano prodotti del genere, frutto del genio, della furbizia e, perchè no, della necessità dei nostri avi!

  3. Salve Marco, noto con piacere e dispiacere che come me sei un piacentino “estrapolato” dalla sua terra come un grappolo dal suo vitigno… ho un sito che parla appunto tramite fotografie fatte da me e pubblicazione di articoli con storie, leggende o semplici appunti, della nostra terra. Se ti và facci un salto e fammi sapere se possiamo scambiarci i links.
    P.S. hai assaggiato il Malvasia Rosa? mi appaga troppo. Ho avuto modo di assaggiare quello della tenuta nei pressi di Ancarano ma sò che il migliore è fatto ad Albareto, dallo stesso “papa” dell’ortrugo

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